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Mauritania, la memoria delle sabbie

Oro. Maestose dune dorate, luminose, quasi abbaglianti. Cangianti e imponenti sotto la luce algida di un’alba, morbide e setose, illuminate da un tramonto che le accarezza piano, come per accompagnarle a dormire. Freddo. Portato dalla notte, improvviso, impone di coprirsi alla svelta, di cercare tepore, di trovare riparo dentro la piccola tenda, divenuta casa per quel breve tempo. Un senso di pacata sicurezza, chiusa nel leggerissimo involucro, vibrante sotto il vento del deserto. Sibili. Silenzi. Il vuoto. La notte che arriva rapida, a chetare ogni cosa. Un io sempre più piccolo, ma sempre più in pace. A proteggerti da un orizzonte che potrebbe travolgere di vertigine per il suo infinito sguardo, le dune di Aouja, nell’Erg Amatlich, diventano le pareti di un’accogliente stanza e abbracciano il tuo smarrimento e la tua timida paura, facendo emergere un senso sommesso di felicità e di stordimento, una forma di appagante estraneità. Un click, quasi troppo rumoroso nel silenzio che ti circonda, spegne la fedele torcia, tenuta comunque a portata di mano. Il buio è un elemento con il quale hai poca confidenza e stasera non c’è la luna a rischiarare la sabbia fredda della notte. Sabbia capace di cambiare la forma delle cose, di mutare paesaggi, di coprire storie, di seppellire memorie transitate tra le sue dune. Di far perdere tracce e di smarrire la rotta, se non ci fossero gli arabeschi luminosi disegnati dalle stelle, di cui il popolo Tuareg è un profondo conoscitore.

Dentro la percezione di assoluto il deserto diviene luogo, essenza di una unione universale tra l’uomo e l’immensità. Deserto testimone senza voce nella storia dello spostamento dei popoli, compagno nel movimento dei nomadi, sentiero faticoso per le carovane che attraversavano il continente creando commerci e scambi mercantili e culturali, ancora oggi mantiene il suo sguardo sull’incessante cammino migratorio che trova, proprio nell’uomo, la sua più spietata frontiera. Guardi il deserto e senti pulsare la forza imperante di una natura sovrana, elegante nelle sue forme sinuose, brutale nella solitudine e nell’aridità che può divenire morte, sorprendente nella vita che sprigiona quando poche gocce d’acqua ristorano l’apparente sterilità del suolo. Senti scorrere immagini e assenze, rumori e silenzi, storia e solitudini, carovane del passato e moderni passaggi migranti che si spezzano contro il delirio di una malvagia vanagloria incapace di accettare la naturale mescolanza dei popoli.

Il deserto oggi ci accoglie e ci porta lontano, come un terapeutico distacco dalla frenesia contemporanea. La stessa verso la quale si muovono le attuali migrazioni, spesso rischiando tutto, anche la vita. Incrocia storie di nomadi moderni, chi alla ricerca di un silenzio intimo e di comunione con l’infinito, in un perenne movimento guidato dalla curiosità del mondo, chi alla ricerca di un futuro migliore, giovani uomini così forti da intraprendere viaggi disumani intrisi di sofferenza e crudeltà. L’uomo sembra non avere paura di misurarsi con la durezza della natura, meravigliosa ed estrema nei suoi  elementi, e sembra non avere paura di mettersi in cammino verso la spietatezza di una umanità refrattaria a pietà e sentimenti, convinto forse di ritrovare le basi di una comunità sociale di sostegno e incapace di immaginare quanta malvagità possano riservargli i propri simili.

Deserto ancora una volta testimone, come lo fu per le memorie di un passato fulgente, nelle antiche città carovaniere sahariane. Oggi, luoghi in rovina, abbandonati, nuovamente ricoperti dalla sabbia che riporterà lontani silenzi sulla storia di questi mondi. Sembra che gli interventi dell’UNESCO per cercare di mantenere vive queste fragili città, riportando alla luce architetture e storia, siano serviti a poco, complici le recenti guerre e il terrorismo estremista nell’area del Sahel, la crisi politica, la mancanza di lavoro e, non ultima, la siccità.  “Tre metri fa”, si potrebbe dire, gli ultimi scavi dell’UNESCO del 2003, tentavano di riportare alla luce affascinanti città come Chinguetti, una delle città sante dell’Islam che, fino al 1899, dava il nome all’intera regione, con ben dodici moschee, ora sommerse, e oltre venti madrase, all’apice di uno splendore che la vedeva sede della più antica università dell’Africa occidentale, come ci raccontano le remote biblioteche. Un passaggio d’obbligo, un centro di smistamento per tutte le carovane, le famose azalai, che coprivano il percorso verso il Marocco, l’Algeria, il Mali ed il Senegal. Si racconta che in un solo giorno si videro transitare, qui, 32.000 dromedari! 


Gli scalini di accesso alla biblioteca sono alti, così che la sabbia non trovi facile ingresso... la saggezza africana emerge con semplicità dalla vita popolare, costruita sulle necessità di un paese che mette costantemente a dura prova la vita quotidiana. Anche la biblioteca della Fondation Al Ahmed Mahmoud, tra le più visitate, non è di certo come noi la potremmo immaginare. Si tratta di spazi semplici, a volte angusti, costruiti utilizzando pietre o mattoni di paglia e sterco, strutture aggredibili anche dalle piogge che, se pur non frequenti, possono creare danni importanti. Oramai tenute in vita con soli mezzi privati familiari, sono le ultime Biblioteche del Deserto, che oggi conservano con grande fatica, su scaffali polverosi, oltre 3.000 antichi manoscritti, tra i quali un prezioso corano del X secolo ricavato da una pelle di gazzella. Una lotta quotidiana con le termiti, la pioggia, il vento e la sabbia, la mancanza di risorse per cercare di preservare un patrimonio altrimenti destinato, non solo all’oblìo, ma soprattutto ad un deperimento inarrestabile. Insieme alle Biblioteche di Timbuctù, in Mali, contengono documenti dal valore storiografico inestimabile, la testimonianza di un deserto florido di commerci e di sapere, dove si scambiavano oro, sale, datteri e libri, ma anche conoscenza, cultura, religioni e idee.  

Ospiti della Fondazione, seduti sui gradini di pietra ed in cerca di un po’ d’ombra in un pomeriggio arido e infuocato, ascoltiamo in silenzio… tra racconti sul difficile tentativo di recupero dei manoscritti e la storia della città… “l’Islam vi accoglie in questa terra e il terrorismo non ci rappresenta”, “siamo felici di ospitarvi perché la vostra cultura è preziosa per noi”. Non c’è molto da aggiungere, se fosse rimasto anche un piccolo timore, per dare un significato al nostro viaggio. Qui, non molti anni fa, arrivavano voli settimanali dalla Francia, prezioso carburante per lo sviluppo economico e sociale dell’intero Paese. Oggi, non rimangono che alcune strutture attive, molte sono spettri vuoti e decadenti, immerse in una solitudine di alienante malinconia. Ad ospitare le poche manciate di turisti, qualche auberge o campement, la straordinaria accoglienza del popolo mauritano e l’infinità del deserto.


Fondation Al AHMED MAHMOUD

"Il sapere è l'unica ricchezza che si può distribuire senza il rischio di impoverirsi"

 

Chinguetti, Ouadane, Timbuctù, rimarranno nomi evocativi di un passato glorioso quasi dimenticato, punti segnati sulle carte geografiche del mondo, capaci di farti viaggiare lontano ogni volta che incapperai in una vecchia foto, dispiegando una mappa sgualcita e ricordando incontri di meraviglia e stupore.

Brahim non sa quando arriveranno i prossimi turisti, non sa quando potrà tornare a viaggiare nel deserto, quel “bollino rosso” verso i confini “caldi” rappresenta un grande freno al turismo verso il suo Paese. Abbiamo vissuto a stretto contatto ogni singola ora di lunghe giornate, una piccola pausa di altrove nella nostra vita ma, in realtà, un tempo esploso nel tempo e amplificato dalla continua scoperta. Abbiamo conosciuto altre storie, abbiamo ascoltato, abbiamo riso e scherzato insieme a nuovi amici, raccontandoci aneddoti di culture diverse. Vuole salutarci con un ultimo breve discorso, la nostra guida, e ringraziarci a nome di tutti gli autisti (che sono diventati cuochi, premurosi aiutanti, meccanici, narratori di storie, compagni di viaggio, sorrisi quotidiani), vuole che partiamo sicuri della loro accoglienza sincera. “Il terrorismo non alberga qui”, ci tiene a sottolineare ancora una volta, affidandoci un messaggio importante da portare oltre i confini di questa terra. Loro ne sono sicuramente le prime vittime e siamo noi a doverli ringraziare per la condivisione generosa della loro cultura.  È un distacco faticoso, malinconico e triste, la certezza di una separazione da quella che era diventata la nostra grande famiglia, di partire verso nuovi pensieri l’indomani. Per loro, la certezza di rimanere, magari dovendo cercare nuove occupazioni. Pochi pensieri capaci di far cadere i nostri schemi, la nostra comprensione che cerca nuovi punti di osservazione. Nel viaggio, la conoscenza. E ancora una volta dovremmo imporci una riflessione sulla nostra facilità di movimento, sulla nostra libertà. Bene prezioso, che tutti dovrebbero possedere.